Diego Lodato

La festa di San Diego

 

Anche per la festa di San Diego, protettore di Canicattì, che si celebra nell’ultima domenica di agosto e non il 13 di novembre com’è nella liturgia, è venuta a mancare per tanti anni la processione, con tutte le manifestazioni esterne ad essa connesse: e dire che un tempo tale solennità era tanto ricca di folklore. Solo negli anni più recenti un comitato organizzatore si è adoperato di ripristinarla, dandole qualcosa dell’antico splendore, ché veramente grande era una volta la festa di San Diego, il cui culto il popolo canicattinese fa risalire a un prodigio.

Racconta il popolo di una statua di San Diego in viaggio verso Caltanissetta su un carro trainato dai buoi e guidato da uomini che, sopraffatti dalla sete, all’altezza dello stretto di Naro, si sarebbero fermati per bere e si sarebbero dissetati a una fresca sorgente, apparsa miracolosamente ai loro occhi, quella che ora si chiama fontana dello stretto o fontana di San Diego.

Ripreso il cammino e giunti a Canicattì, quegli uomini avrebbero visto i buoi cadere in ginocchio dinanzi alla chiesa di San Sebastiano, senza che volessero più rialzarsi; sicché a tutti sarebbe apparso evidente che fosse volontà di San Diego restare in quella chiesa, di cui ora è il titolare, e in quella città, di cui è diventato il protettore.

Il suo culto, in realtà, iniziò a Canicattì non nella chiesa di San Sebastiano, ma in quella dello Spirito Santo, presso la quale i minori osservanti avevano aperto il loro convento il 2 luglio 1633, proprio quarantacinque anni dopo la canonizzazione di San Diego, loro confratello spagnolo, la cui ascesa alla gloria degli altari rendeva onore all’Ordine cui essi appartenevano. Con entusiasmo, perciò, si prodigarono a diffonderne il culto, erigendo a lui subito un altare e infervorando alla sua devozione l’intera Canicattì, sì da accendere la fantasia popolare e far nascere leggende e detti come questo:

San Caloiaru di Naru,

Santu Roccu di Butera,

Santu Decu di Canicattì

sunnu frati tutti tri.

Ma i tre santi nulla hanno in comune, se non la santità; e San Diego di Canicattì è in realtà San Diego d’Alcalà, città spagnola in cui egli terminò i suoi giorni il 12 novembre 1463, quand’era poco più che sessantenne: era nato, infatti, verso il 1400 a San Nicola del Puerto, diocesi di Siviglia.

A Canicattì sull’altar maggiore e sul prospetto dell’ex chiesa di San Sebastiano campeggia ora la statua di San Diego in abito francescano, con una croce nella mano sinistra, rivolta verso l’alto, e con un pane nella destra, protesa a un ragazzetto scalzo che gli sta accanto. Nei due gesti è sintetizzata l’attività che di San Diego, semplice frate laico, caratterizzò la vita: l’opera missionaria, svolta soprattutto nelle Canarie, e la costante azione caritatevole in pro degli umili e dei bisognosi, assolta in più luoghi e nella stessa Roma, dove dimorò nell’Anno Santo 1450, prodigandosi come infermiere ad assistere i suoi confratelli nel convento di Aracoeli e gli altri ammalati, che lo aspettavano fuori e a lui chiedevano conforto e guarigione.

Canicattì lo scelse come suo protettore con sollecitudine, anche se non se ne può determinare il periodo per mancanza di documenti, non essendo storicamente convalidata quest’affermazione del padre Gaetano da Marsala: «Certa cosa nulla di meno si è, che prima del 1621 San Diego Protettore si era della Terra di Cannicattì». A lui si rivolsero i canicattinesi nel terremoto del 9 e 11 gennaio 1693. In tale calamità Catania fu distrutta e una larga parte della Sicilia gravemente danneggiata, ma Canicattì rimase illesa e gridò al miracolo: molto ci guadagnò allora il culto di San Diego, che da tempo era onorato insieme con il patrono San Pancrazio nella giaculatoria:

Sia da tutti veneratu

lu patruni San Vrancatu.

E lodammu cu firvuri

Santu Decu lu protetturi.

Già a partire dalla metà del 1600 il suo nome si era diffuso tra la gente canicattinese e a tanti bambini veniva imposto al battesimo. Lo aveva assunto anche la confraternita di San Sebastiano, denominandosi confraternita dei Santi Sebastiano e Diego. Ma pare assai improbabile che la chiesa che ora ne porta il nome abbia preceduto i minori osservanti nell’introdurne il culto a Canicattì, ottenendo dal vescovo, addirittura l’otto giugno 1621, l’autorizzazione a portarne la statua in processione, come asserisce il padre Gaetano da Marsala nel suo libro pubblicato nel 1783. E’ certo, comunque, che fin dalla metà del XVII secolo la chiesa di San Sebastiano cominciò a essere chiamata anche chiesa di San Diego, finché questo nome non diventò esclusivo: e ciò avvenne per interessamento di un grande devoto, il sacerdote Pietro Termini, quando la vecchia chiesa, ormai fatiscente, fu demolita e nello stesso luogo fu ricostruita l’attuale, più solida e più grande, con lavori che durarono dal 1770 al 1782.

Era ormai dalla metà del Seicento che da parte di questa chiesa se ne celebrava solennemente la festa, col favore anche dei baroni Bonanno. Un forte impulso le aveva dato il duca Giacomo II nel 1656 con l’istituzione della “fiera franca di San Diego glorioso”, una fiera di nove giorni da tenersi nello spiazzo dove ora sorge il Municipio, senza che nessun mercante dovesse pagar gabelle, ma solo la tassa dell’assettito, cioè del posteggio, da versare alla confraternita dei Santi Sebastiano e Diego a beneficio della chiesa. Nel 1825 questa tassa se l’accaparrò il Comune e la fiera fu ridotta a cinque giorni, finché nel 1860 non scese a tre. Vi si praticava il commercio di tanti prodotti dell’artigianato siciliano. Si vendevano tessuti e prodotti d’oreficeria di Palermo, ceramiche di Caltagirone, terraglie e pentole di Patti, lino di Messina, criva di San Cataldo, candelieri, caldaie, padelle, bracieri, tangina e altri oggetti di rame di Riesi, coltelli e attrezzi di ferro di Canicattì, furetti di Mazzarino, e poi lignama, scappucci d’abbilasciu, scappucci di tua ‘ncirata, eccetera. Non molto distante, presso l’odierno Ospedale Civile, nel luogo detto “Poggio della Madonna”, si teneva invece l’animata fiera del bestiame.

Erano i mugnai anticamente ad organizzare la festa e notevole era il concorso di popolo, perché tutti erano devoti al Santo e fiduciosi nella sua protezione contro ogni flagello. E ancora oggi nel rosario delle pie donne c’è un paternoster per San Diego, ca n’avi a scansari di pesti, di fami, di guerra, di tirrimotu e di mali nemici.

Un tempo, la sera della vigilia della festa, durante i Vespri, si poneva su un tavolo, davanti all’ingresso della chiesa, una statuetta di San Diego e le si accendevano innanzi dei piccoli falò, mentre lanterne di carta colorata e lumeri di creta pendevano da ogni parte, dal campanile, dalla facciata della chiesa, dai rami degli alberi e dalle finestre e porte delle case circostanti. Il giorno della festa poi, tra tanta folla, si svolgevano spettacoli, giochi vari, tornei, giostre e una entusiasmante corsa di cavalli, che si teneva in quella via che è ora il Viale Regina Margherita. E anche la gola aveva la sua parte, poiché per diversa gente il giorno della festa era l’unica occasione dell’anno per assaggiare al bar il gelato, lu gelatu a piezzu precisamente.

Ora, per fortuna, lo si può gustare quando si vuole, perché migliorata è la vita della gente. Regredita è invece la festa, che oggi si celebra in tono assai dimesso, senza giostre, senza tornei, senza corsa di cavalli e senza fiera.

(Da "La città di Canicattì" di A. La Vecchia e D. Lodato, Papiro Editrice, Enna 1987)